Alexander Calder - La farfalla di Calder

La farfalla di Calder

Chi è Josephine Baker? Come degli incontri fortuiti hanno un’effetto farfalla nella vita degli artisti? Come cambierà il modo di fare arte di Alexander Calder dopo l’incontro con la soubrette nera più famosa degli anni 20? Lo saprete in questa puntata di Mono.

Questa puntata di Mono è stata realizzata per Caterina Staffieri.
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Opere citate

Alexander Calder, Josephine Baker IV, 1928
Filo d’acciaio, 100x84x21 cm
Centre Pompidou. Musée national d’art moderne, Parigi

Bibliografia

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C’è un momento nella vita di ognuno che un incontro, un evento, un qualcosa che si è visto, anche se marginale diventa il battito d’ali di una farfalla il cui effetto poi diventa incontrollabile e, nel tempo, anziché causare uragani provocherà fantastiche opere d’arte che si muovono nel vento. Josephine Baker è quella farfalla che ha sfiorato la vita di Alexander Calder ma lo ha portato a fare scelte determinanti per il suo futuro artistico.

Josephine nasce nel 1906 nel Missouri, a Saint Louis. Con sé porta ai tratti di un’origine creola, afroamericana, amerinda degli Appalachi, che si traduce in una fantastica ragazza nera che seguendo il ritmo del charleston sbarcò giovanissima Parigi diventando una delle ballerine di punta alle Folies Bergère, oltre a essere la prima star nera. e tra le più acclamate vedette di Parigi.

Josephine Baker era una donna che non passava inosservata, soprattutto perché il suo spettacolo la Revue nègre, rivista nera la vedeva a ballare con un succinto abito composto da un gonnellino di sedici banane. Un’invenzione del costumista austriaco Paul Seltenhammer. Il primo spettacolo era stato inaugurato al Théâtre des Champs-Élysées il 2 ottobre del 1925.

Fu un successo immediato il finale della serata è stato un charleston cabaret il cui numero in primo piano è diventato noto come le Danse Sauvage. Questa è la cronaca dell’epoca: un grande artista di bello aspetto di nome Joe Alex che indossava quasi niente è salito sul palco con una donna a tracolla. La josephine di cinque piedi e otto, color caffè, costruita con una Venere di Modigliani. La manciata di piume che indossava non ha impedito a nessuno di apprezzare la sua nudità. Scivolò lungo le gambe del suo partner e iniziò a offrirgli ogni punto debole del suo corpo in tempo musicale. In effetti sembrava creare tempo musicale, il suo movimento impostava il polso con l’orchestra che accompagnava la corsa. Non c’era un passo di danza in vista, ma la Danse des Sauvage ha creato uno dei grandi effetti di danza del ventesimo secolo.

Nel 1926, nel pieno successo di Josephine Baker, Alexander Calder, lo scultore americano, arrivo a Parigi. All’epoca portava con sé un circo in miniatura e con i suoi spettacoli entusiasmava gli artisti dell’École de Paris. Mentre stava portando i suoi progetti, i suoi lavori, conobbe Picasso e Julio Gonzales che stavano portando avanti una ricerca di sculture in filo d’acciaio.

Così Calder si lasciò trasportare dagli eventi che vedeva corrersi davanti agli occhi e realizzò non una ma quattro versioni della Josephine Baker. Le prime ricalcavano le forme dei pupazzi che usava nel suo circo, le ultime si assottigliarono fino a comporsi soltanto di filo metallico. La Josephine Baker IV è una marionetta di filo che Calder tiene sospesa in aria. E che quel che rende interessante entusiasmante la percezione di quest’opera non è soltanto il modo con cui è realizzata ,ma anche l’ombra che proietta sul muro e che diventa parte integrante dell’oggetto artistico.

Calder procedette a torcere pizzicare avvolgere piegare spezzoni di filo per catturare il corpo sensuale e i movimenti elastici della Baker. Tra il 1926 il 1930 si cimentò nella creazione di questi disegni nello spazio. La Josephine Baker IV di Calder sicuramente non tributa la giusta bellezza all’originale Josephine, però anche se l’immagine della ballerina è completamente snaturata, c’è qualcosa che resta della Josephine autentica. È proprio il gioco, la scanzonatura, la leggerezza di questa donna che all’inizio del secolo ha saputo ritmare gli animi del rinascimento parigino. È proprio quella leggerezza, quel battito d’ali di farfalla che arriva al pensiero di Calder.

Una leggerezza che si rafforza proprio quadro Calder incontra le opere di Piet Mondrian. Mentre guardava quei tagli verticali orizzontali, intervallati da zone di colore primario, Alexander Calder si domandava se quelle forme potevano galleggiare sul fil di ferro, essere leggere così come lo era la sua piccola opera di quel momento.

La risposta naturalmente è storia, ma se osserviamo attentamente i mobile di Calder ci accorgiamo di un particolare che fino ad oggi c’era rimasto un po’ inosservato. La bellezza di quei mobile, di quelle strutture geometriche che galleggiano grazie alla sospensione di fili metallici, proiettano nello spazio circostante delle ombre che entrano in relazione con l’opera esattamente come avviene da Josephine Baker IV.

Michelangelo Mammoliti

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