Le immagini del divino

Egli ha creato gli dei, ha fatto le città; ha fondato i nòmi, ha posto gli dei nei loro santuari, ha formato i loro corpi (= le statue) secondo il loro desiderio. Così gli dei entrarono nei loro corpi (= le statue) in ogni tipo di legno, in ogni tipo di pietra, in ogni specie di minerale, in ogni specie di sostanza che nasca sopra di lui e per cui mezzo possano manifestarsi.
(Dal Testo di teologia menfita, trad. di E. Bresciani, 1969, p. 17)

Dal molteplice all’uno. Le immagini del divino

Nella teologia menfìta Ptah Tatenen, il dio creatore, forgia le statue degli dei con i materiali che «nascono sopra di lui». Egli è la terra «che si solleva»: questo è il significato di Tenen.

Ma il concetto fondamentale espresso dal Testo di teologia menfita è la perfetta coincidenza tra la sostanza (il dio) e l’immagine rappresentata (la statua). Proprio sull’esaltazione dell’idolo, ovvero dell’immagine, si fonda l’essenza più profonda e vera dell’immaginario religioso egiziano, così divergente dalla cultura aniconica dell’ ebraismo e dell’islamismo moderni.

Se un dio “è” la sua immagine, il faraone è l’immagine di Dio e quindi partecipa della sua essenza; l’uomo che dopo la morte è stato trattato con i riti funebri, diventa a sua volta un’immagine di Dio. Non è un caso che alla cerimonia magico-rituale detta “Apertura della bocca” si attribuisse la capacità di trasformare in essenze divine sia le statue che le mummie. In un contesto così policonico, le immagini degli dei sono moltissime sin dai primordi, e ogni dio ha a sua volta molteplici forme, o Kheperu; kheper è un verbo che esprime il continuo divenire dell’ essere, la sua capacità di trasformarsi in una molteplicità di apparenze-sostanze.

La religione egizia non fu qualcosa di statico, come siamo abituati spesso a pensare, ma fu invece attività e divenire continuo sulla terra: l’intero Egitto in tale prospettiva appariva, secondo una definizione di Jan Assmann, «un tempio, in quanto è la terra dove questo (il culto)è svolto secondo le direttive celesti» (Assmann, 2001, p. 41). Ed era culto perenne delle immagini divine, ovvero delle statue, alle quali il Ba degli dei si univa, nelle quali il Ba si installava.

Nel brano della Teologia menfita il dio “entra” nella sua statua, che costituisce non una sua immagine, ma il suo “corpo”. Le statue quindi non ricevono forma dal dio, ma al contrario gli danno forma; esse non sono state create, sono “nate”. In egiziano il termine più in uso per “creare forme” è mes, che letteralmente significa “partorire”;

colui che fa o consacra le forme è sankh, “colui che fa vivere”. Tuttavia vi è ancora dibattito fra gli studiosi se tali termini si riferissero davvero allo scultore, o non piuttosto a chi commissionava la scultura divina, cioè il sovrano, che attraverso la cerimonia dell”’Apertura della bocca” doveva dare vita alle creazioni dello scultore.

Già nel periodo arcaico meraviglia la molteplicità delle forme, che resterà una costante della religione egizia. Si trattava di idoli o semplici rappresentazioni, immagini che erano o che rappresentavano il divino? In realtà, entrambe le cose. Perché le immagini erano state create dagli dei non come segni arbitrari, venivano anzi considerate una parte costitutiva del divino. Durante le prime dinastie la creazione di statue divine era un’attività regale estremamente importante, come dimostra la citazione di ben ventuno dediche di immagini di culto durante la I e la II dinastia nella Pietra di Palermo (Redford, 1986). Tale attività rafforzava il ruolo sacerdotale del re come intermediario fra uomini e dei. Le raffigurazioni esistenti, come quelle delle mazze del re Scorpione e di Narmer, o quelle della stessa Pietra di Palermo, ci fanno supporre che le immagini divine dedicate dai primi re fossero antropomorfe o theriomorfe, ma comunque destinate ad essere portate i processione su slitte.

[da Gli Dei Egizi di Alessandro Bongarzone, Carocci 2007]

Pietra di Palermo, 2500-2350 a.C.

Pietra di Palermo, 2500-2350 a.C. Diorite, 43×30,5 cm. Museo archeologico Salinas, Palermo

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