Jacques-Louis David, Amore e Psiche, 1817

La favola di Amore e Psiche

Un re e una regina avevano tre figlie bellissime e la più giovane, che si chiamava Psiche, era tanto bella che la gente si inchinava davanti a lei come se fosse la dea Venere. La devozione per gli uomini a questa mortale fece infuriare la dea, che ordinò a suo figlio Amore di punire la ragazza facendola innamorare di un uomo bruttissimo.

Successe però che mentre stava per trafiggerla con le sue frecce, fu proprio il giovane dio ad innamorarsi di lei. Disobbedendo alla madre, Amore si ingegno di far arrivare un oracolo ai genitori di Psiche e gli comandava di abbandonare la ragazza per mandarla in sposa ad un essere mostruoso, “un malvagio drago alato”, temuto anche dallo stesso Giove.

I famigliari non si poterono sottrarre al volere di un dio e portarono la figlia sul monte e, nel luogo stabilito, la lasciarono. Psiche, mentre piangeva disperata, venne sollevata dal vento e trasportata in un meraviglioso palazzo nel quale fu accolta da servitori invisibili che si occuparono di lei. 

Una notte Psiche fu raggiunta da Amore ma il dio non si presentò. Dopo aver trascorso la notte con lei, prima di andare, le disse che i loro incontri sarebbero stati sempre al buio, e che lei non avrebbe mai dovuto sapere nulla di lui, ne che viso avesse ne quale fosse stato il suo nome.

I giorni passavano e Psiche comunque era felice e innamorata del suo promesso sposo che, anche se lei credeva bruttissimo, era un’abile amante. Non le mancava però la nostalgia ed espresse il desiderio di rivedere almeno le sorelle. Amore, controvoglia, invitò le due donne a palazzo e loro, tritate dall’invidia di vedere la più piccola in un posto così bello, insinuarono in Psiche il sospetto che lo sposo, nella sua mostruosità, prima o poi l’avrebbe uccisa e le suggerirono di aspettare che fosse notte per trafiggerlo con un pugnale. 

Psiche, ingenua, si lasciò convincere e quando accese la lanterna per uccidere il suo amante si accorse che accanto a lei non dormiva un mostro, ma il dio dell’amore. Lei non poté fare altro che abbandonarsi allo contemplazione della sua bellezza.

Purtroppo una goccia d’olio bollente cadde sulla spalla di Amore che si svegliò. Sentendosi tradito prese il volo abbandonando Psiche al suo destino che non tardò a presentarsi. Arrivò con la furia di Venere ormai a conoscenza del fatto che suo figlio non l’aveva rispettata. Nel ruolo acquisito di futura suocera, Venere la fece catturare e la sottopose a delle prove impossibili che Psiche invece riuscì a superare anche se con l’aiuto di alcune compassionevoli creature. 

Una formica la aiutò a dividere una montagna di semi diversi tra loro, una canna di palude le insegnò come tosare un gregge di pecore ferocissime e un’aquila prese per lei un’anfora d’acqua da una sorgente inaccessibile.

Venere, contrariata dalla fortuna è dalla costanza della ragazza, le ordinò una prova finale, la più difficile. Psiche sarebbe dovuta discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina di concederle un po’ della sua bellezza.

Come nelle prove precedenti, questa volta ad aiutarla fu una torre che le spiegò come superare facilmente la prova e così ricevette da Proserpina un’ampolla con ciò che le serviva. Presa dalla curiosità, Psiche aprì il vaso e scopri che non conteneva la bellezza della regina dell’Ade, bensì un sonno infernale che la fece addormentare profondamente. 

Nel frattempo Amore, ormai guarito dalla sua ferita, venne a conoscenza del tragico destino dell’amante, la cerco e una volta trovata la risvegliò con un bacio. Amore aveva perdonato Psiche del tradimento e supplicò Giove di convincere Venere a cedere dall’ira, acconsentendo al matrimonio. Le nozze furono celebrate alla presenza di tutti gli dèi. Psiche divenne immortale e dall’unione con Amore nacque una figlia che prese il nome di Voluttà.

La favola di Amore e Psiche è raccontata da Apuleio all’interno della sua opera Le Metamorfosi, nei libri IV, V e VI.

Jacques-Louis David, Amore e Psiche, 1817
Jacques-Louis David, Amore e Psiche, 1817 Olio su tela, 184 x 242cm Cleveland Museum of Art, Ohio
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