Carlo Maria Mariani, la tecnica come rifiuto dell’accademismo

Quando alla fine degli anni Settanta del novecento l’arte minimale e l’arte concettuale avevano superato il loro momento catalizzante per le menti intellettuali, iniziò un singolare richiamo all’ordine dove le tecniche e i temi si rinnovano in coscienza dei cambiamenti che si erano conquistati con il novecento, ma che ormai, col tempo, si erano freddati dall’entusiasmo. Con la ricerca di una pittura antica Carlo Maria Mariani (Roma, 25 luglio 1931) riporta l’arte ad essere innovazione.

I lavori di Carlo Maria Mariani hanno sin dall’inizio seguito una linea naturalistica come era derivata dalla Scuola Romana e dall’accademia di Belle Arti di Roma dove il pittore ha avuto la sua formazione. Non vedendosi accettato come artista colto e nemmeno idoneo a essere un maestro di pittura, Mariani inizia ad affrontare opere di tematica più sociale sempre fedele alla rappresentazione della figura, mai cedendo all’arte che vedeva nei musei.

La pittura di Mariani è un’espressione della sua profonda cultura storico artisticacitazionista perchè si ispira ispirato, non fa copie, dei quadri dei grandi maestri del passato guardando inizialmente alla pittura veneta di Tintoretto e Tiziano, alla scuola di San Marco. Le prime opere in questa direzione erano in contrasto intellettuale con lo status quo imposto dall’arte povera e concettuale. Ma questo non era un punto di arrivo.

Dal 1965, col suo anacornismo, inizia a dare una direzione alla sua ricerca preludendo già alla trattamento degli elementi barocchi e neoclassici ma in più aggiunnge pezzi in netto contrasto come le costruzioni Lego®, simbolo di quella materia plastica che stava invadendo la società e aveva portato al degrado umano e intellettuale. Entrava con le sue opere così classicheggianti nel fermento del sessantotto.

Col sopraggiungere degli anni ’70, spenti i climi della contestazione c’è un cambiamento importante con  una svolta intimista che lo riporta a una riflessione sulle tematiche spirituali. Segue una fase iperrealista in cui emergono anche toni metafisici, a volte surreali, che porterà con se anche nelle opere della maturità. I suoi soggetti preferiti in questo momento si orientano verso paricolari ingranditi di persone, di pietre tombali e lastre marmoree degradate dal tempo e da un uso incosciente dell’arte. Quest’ultime semmbrano dare una opinine nella riflessione aperta da Argan sulla morte dell’arte che, tramite Mariani, sembrano chiedersi se chi li ha uccisi abbia compiuto un omicidio di chi mercanteggiava con l’arte o era addirittura un suicidio degli artisti stessi.

Uccisa o suicidata non faceva differeza. Il problema principale per Mariani era di evitare la morte della pittura. La tecnica perciò doveve diventare importante non per un gusto accademico autocompiaciuto, ma per la necessità nata come una sfida al presente dove l’avanguardia dell’arte di riciclo era diventata ormai l’arte conformista. Una vera rivoluzione culturale che guarda indietro per andare avanti.

Le opere di Carlo Maria Mariani sono il punto d’incontro di simbolismi e di classicità con l’inserimento di citazione di artisti contemporanei impensabili, come Duchamp, Beuys, Pistoletto e Kounellis. Il mito e l’inconscio si ritrovano incastrati a tanti altri duelismi come il sogno e il risveglio, il volto e la maschera, l’artista e il maestro a cui si ispira, che si fondono in un unicum completamente rinnovato sulla tela, sulla quale sembra percepirsi costante l’alito del richiamo intellettuale che fece Antonio Canova di portare l’antico in sangue.


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