Giorgio De Chirico, Autoritratto (Se ipsum), 1922

Giorgio de Chirico metafisico

Giorgio de Chirico, 1907Sognare è una cosa, entrare nel sogno lo fa Giorgio de Chirico (Volos, 10 luglio 1888 – Roma, 20 novembre 1978). Metafisica significa superare la natura sensibile delle cose per passare in una dimensione che va in territori di indagine che all’inizio del secolo non erano ancora stati esplorati lasciando a chi li vede per la prima volta, e non solo per la prima volta, una sensazione di inquietudine.

Una volta, nell’ottocento, si chiamava simbolismo ed è stato una corrente di reazione romantica e decadente al verismo e all’impressionismo. Il simbolismo dipingeva luoghi sognati ma mai idilliaci, sempre dominati da una componente oscura. Poi è arrivata la psicoanalisi di Freud e il luoghi sono diventati quelli altrettanto angoscianti dell’inconscio.

La primo quadro metafisico, L’enigma di un pomeriggio d’autunno, lo realizza a Firenze nel 1910  trovando l’ispirazione in una vuota piazza Santa Croce. Con questo dipinto inizia anche il ciclo delle Piazze d’ItaliaInsieme alle opere che seguiranno, quelle dei primi anni enigmatici, si intravede in De Chirico l’influenza proprio di quel simbolismo ottocentesco e soprattutto di pittori come Arnold Böcklin e di Max Klinger.

Dopo questa folgorazione metafisica si ricongiunse col fratello Andrea, che aveva preso lo pseudonimo di Alberto Savinio, a Parigi. Giorgio espose al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants. Iniziò a essere riconosciuto nel gruppo dei Sette italiani e frequentò i principali artisti dell’epoca come Pablo Picasso, Paul Gauguin e Max Jacob.

In questo circolo culturale, a seguito della conoscenza del poeta Guillame Apollinaire, De Chirico rafforzò l’intuizione del quadro metafisico dando olio alle prime rappresentazioni delle piazze d’Italia.

Il quadro metafisico scava nell’inconscio e si riempie di oggetti che sono narrativi del mondo inconscio biografici dell’autore, quelli che Elliot e Montale definivano come correlativi oggettivi, simboli di una propria identità che in senso lato appartengono anche ad un’identità universale. Nelle tele di De Chirico si vedono statue che ne ricordano l’origine greca; ci sono scatole colorate di giocattoli che ricordano l’infanzia, così come biscotti e dolcetti; ci sono le piazze che lui ha vissuto; c’è frequente il treno, a volte trasfigurato in ciminiera, ricordo del padre ingegnere ferroviario.

Poi ci sono gli elementi inquietanti che partecipano all’atmosfera del sogno e lo turbano con molta discrezione. Sono le ombre del crepuscolo che ci preparano alla notte; sono i personaggi che emergono dalle ombre; sono le figure prive di volto, i manichini, che sembra quasi non vogliano inviaci nel quadro; sono i cieli plumbei e pesanti.

C’è il clima rarefatto e sospeso, quello di una piazza vuota che spesso è inquadrata da una prospettiva sgrammaticata, voluta quasi a toglierci il terreno da sotto i piedi. Il quadro metafisico è un quadro statico fatto di totem, di muse inquietanti che appaiono ferme nel sogno raccontato da De Chirico. Però se si guarda in lontananza, vicino all’orizzonte, spesso sullo sfondo, appare un fumo del treno, una bandierina in frenetico movimento. C’è un ulteriore elemento che spezza il tempo sospeso e che enfatizza, ancora di più, il senso di inquietudine.

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