Artemisia Gentileschi, Danae, 1612 c.ca

Artemisia, tra violenza e barocco

Separare Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, 31 gennaio 1654) dalla sua storia è impossibile perché la reazione allo stupro del suo maestro di prospettiva Agostino Tassi, rinomato pittore e amico di papà, l’ha fatta diventare simbolo della reazione alla violenza di genere.

La storia di Artemisia entra nel cuore del pubblico contemporaneo nel 1944, quando esce la prima biografia scritta da Anna Banti. Da quel momento la storia del processo e delle sue ripercussioni straripano diventando prevalenti nella sua biografia, ombreggiando la  personalità di Artemisia nella Storia dell’Arte.

Lo stupro del Tassi non è da far passare in secondo piano ma è da considerarsi un importante propulsore della vita di Artemisia come è stato per Caravaggio l’omicidio di Ranuccio Tomassoni. Gli effetti della violenza si vedranno per entrambi nella fuga dalla città e nella scelta dei temi da raccontare.

Artemisia sembra raccontarsi nelle avances lascive dipinte nella Susanna e i vecchioni. Si vendica del male nei sanguinolenti omicidi di rivalsa di eroine bibliche come Giuditta o Sisara.

Dopo il processo assurdo che sembra vederla altrettanto colpevole della sua disgrazia, Artemisia lascia la bottega del padre Orazio nella quale guidava i suoi sei fratelli minori. Sposa, in un matrimonio combinato per coprire la vergogna, il pittore Pierantonio Stiattesi. Si trasferisce a Firenze per qualche anno entrando anche nella vita culturale della città, facendo anche la conoscenza di Galileo.

Nel 1621, forte della sua indipendenza, lascia il marito e se ne va con la figlia Palmira a Genova diventando una vera imprenditrice con le sue committente e con il suo pubblico. Sul finire degli anni venti passa un breve periodo a Venezia e poi si trasferisce definitivamente a Napoli per poi affrontare un breve passaggio a Londra in aiuto del padre Orazio negli ultimi anni di vita.

Artemisia è una straordinaria pittrice caravaggesca, perché ha avuto modo modo di conoscere Caravaggio e ne ha visto la pittura fresca di bottega entrare nelle grazie dei romani. Lei seguirà sempre  la linea dell’immediatezza barocca mediandola con l’imprinting famigliare della pittura di Orazio che è più di tendenza manierista, legata più al disegno più che alla pittura.

Nel suo stile c’entra poco la violenza subita. É il suo modo naturale di dipingere che si perfeziona nella pratica della pittura ed è quello che la fa distinguere tra i tanti incastonandola, come pietra preziosa, nell’elenco degli artisti barocchi.

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