Egitto: la pittura e la scultura in funzione del divino.

Scala lunare con 14 gradini, IV sec. a.C., Dendera, Tempio di Hator

Scala lunare con 14 gradini, pittura a rilievo, IV sec. a.C., Dendera, Tempio di Hator

Nell’antico Egitto, pittura, scultura e scrittura, nascono con il medesimo fine: celebrare la divinità, poiché il faraone è il primo motore dell’arte e rimane tale per circa tremila anni. Si da’ così per scontata una determinata, immutevolezza dello stile che non varia, salvo poche eccezioni: come nel regno del faraone “eretico” Akenathon che fu in carica dal 1350 a.C fino al 1333 a.C fino; nel periodo alessandrino e romano ovvero dalla conquista  di Alessandro Magno nel 332 a.C. fino alla battaglia di Azio del 30 a.C. dove Cleopatra viene deposta e l’Egitto diventa provincia romana.
Ma perché l’arte egizia rimane sempre la stessa e quali sono le sue caratteristiche?

I presupposti da cui muove l’arte egizia che ci è rimasta sono due: il committente e la monumentalià.

Il faraone è l’incarnazione del dio solare Horus, il figlio di Ra. Al momento della sua morte diventava Osiride così che il faraone non smetteva di essere una continua reincarnazione di Horus. Questa credenza è durata dalle prime dinastie fino al periodo tardo perciò si può dire che per quasi tre millenni l’Egitto ha avuto un unico committente, nientemeno che un dio che ha vincolato qualsiasi opera realizzata in suo nome a un senso di monumentalità.

Le architetture diventano monumentali, come se fossero state costruite dagli stessi dei ma le hanno fatte gli uomini che si sono attrezzati anche per decorarle inventando regole, canoni, per lavorare agevolmente in tutte le dimensioni.

Il canone della pittura.

Il canone della pittura egizia è il più affine alle necessità simboliche della rappresentazione. Per il fatto che l’artista descriveva principalmente il divino che c’era dietro al faraone, nella famiglia reale e nel loro quotidiano. Per necessità di semplificazione l’immagine diventa bidimensionale creando il prototipo della rappresentazione sacra che perde la terza dimensione per entrare in un mondo superiore, metafisico, divino.

Così la figura entra nella geometria delle proporzioni, disegnata in una griglia che ha per modulo un quadrato che ha per lato la divisione della distanza dal piede all’occhio (di Ra) in 18 o 21 parti. Così per ogni semplice operaio il trasferimento del disegno su grandi dimensioni è già predisposto.

Come se non bastasse ogni parte del corpo è disegnata offrendo allo spettatore il suo miglior lato: il viso è di profilo ma con l’occhio frontale; il busto è frontale, ma se il personaggio è un donna sporge un seno di profilo; le braccia e le mani sono di profilo così come il bacino e le gambe in modo da amplificare le azioni e il movimento.

Il canone della scultura.

La scultura nella cultura egizia ha un ruolo unico perché la statua, grazie al “rito dell’apertura della bocca” otteneva l’essenza del dio che entrava nella pietra. Perciò nella gran parte della produzione egizia la scultura sacra utilizzava rocce preziose e spesso di difficile lavorazione come il basalto, il porfido. Per le grandi rappresentazioni si utilizzavano rocce tenere come il marmo e l’arenaria. In alcuni casi sono note delle statuette in terracotta ma i soggetti modellati erano semplici operai.

Nella scultura però gli egizi avevano stabilito un metodo di lavoro che partiva dal disegno modulare della figura per scolpire poi l’immagine a tutto tondo, purtroppo con pose molto limitate: in piedi o seduta.

Il canone però si perfeziona nella posa eretta: la figura era rappresentata con lo sguardo rivolto avanti privo di ritratto ed espressione; le braccia allungate verso il basso, a volte piegate a contatto col busto, mai staccate per evitare fratture; le gambe erano avanzate con un piccolo passo dove il piede avanzato superava per metà la punta del piede arretrato.

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