L’arte, l’illusione che svela la realtà.

Malevich, bianco su biancoTanti anni fa mi regalarono, o forse regalarono a mia sorella non ricordo, le “Fiabe sonore”. Tra le tante, in una musicassetta, c’era la storia de I vestiti nuovi dell’imperatore, in cui un vanitoso quanto ottuso re di una terra lontana si fece confezionare un vestito impossibile che dava la capacità a chi lo indossava di capire chi fossero le persone stupide attorno a lui. Inutile dire che il vestito non esisteva e i due sarti erano due ciarlatani che spillarono oro e pietre preziose al re per mesi, ingannando anche i cortigiani che non volevano apparire stupidi. Infatti la truffa era orchestrata tanto bene che i due mascalzoni avevano persuaso il re è tutta la servitù del fatto che chi non era in grado di vedere il vestito doveva essere per forza uno senza cervello.

Forse non era nelle volontà di Hans Christian Andersen, ma questa fiaba porta con se la grande illusione dell’arte, perché l’arte é una grande illusione. I sarti, quali mirabili truffatori sono gli artisti che a caro prezzo vendo l’illusione di possedere quello che nessuno ha, così come in un quadro, in una scultura o in una fotografia, possiamo tenere un paesaggio, un oggetto, qualche eroe, un generale, addirittura Dio Padre o l’universo intero. Noi siamo contenti, come probabilmente era contento lo stesso re al solo pensiero di possedere un oggetto meraviglioso.

La storia continua però. Il re dopo giorni, mesi, che i sarti lavoravano in gran segreto; dopo tante volte che i suoi sudditi scendevano nella sartoria per spiare lo stato di avanzamento dei lavori; dopo che le spie riferivano di un mirabile lavoro, perché avevano paura di passar per stupidi dicendo che non c’era niente da vedere; dopo tutto questo, il re decise di far visita agli artisti nel loro atelier scoprendo, hailui, che non c’era niente da vedere. Una persona con spirito critico si sarebbe accorta della truffa ma, l’ho detto, il re era stupido e vanitoso, così grande macchina dell’inganno divenne inarrestabile e iniziò ad accelerare verso la fine tragicomica.

In questa storia sovversiva, senza principesse, dove il re é un povero babbeo, tutto può succedere. Così il sovrano, persuaso da una corte degna della sua stupidità, decise di organizzare una parata che avrebbe reso chiaro a tutti chi erano gli stupidi. Il girono della festa, manco a dirlo, nessuno osò criticare che il capo degli imbecilli se ne andasse in giro in “mutande e farsetto di lana”. Tutti tranne che uno, un bambino che davanti a tutti fu in grado di avere uno straordinario occhio critico e vedere nell’inesistente, una vera e propria opera d’arte. Per primo gridò Cecì ne pas une robe, questo non é un vestito!

Il padre, degno suddito del proprio re, considerò il figlio uno stupido, lo zittì ma non poté fare a meno di constatare la realtà. In breve quella che era la voce di uno divenne la consapevolezza di tutti, e pian piano divenne anche la presa di coscienza del re. Non c’era più un vestito da ammirare ma la più straordinaria opera d’arte che mano di artista avesse mai creato: l’arte che é illusione, aveva svelato la stupidità di tutti mostrando la realtà. Il re é nudo!

É una mia deviazione professionale ma non posso fare a meno di vedere nel ragazzino l’occhio critico di chi vuole conoscere l’arte nella sua profondità, che non si fa intimorire dalle sovrastrutture, dalle gerarchie, dalla vox populi. Ma questa dovrebbe essere la normalità. Quello che mi piace ancora di più è che la favola finisce chiedendosi che fine abbiano fatto i due truffatori. Il narratore con una leggerezza magistrale fa una piccola pausa e conclude dicendo “ma di loro, che ci importa”. Non li persegue, non li condanna, li lascia andare con la stessa leggerezza con cui l’opera d’arte e il suo creatore si separano fuori dalla bottega.

Prima di andarcene però non dimentichiamo il vestito. Che esso non esista non significa che la sua realizzazione non abbia richiesto lavoro. Infatti i due sarti per giorni sono andati avanti in una recita per dare credito alla propria arte. Non si sono presentati con una scatola vuota ma hanno lavorato senza sosta, contribuendo alla presa di coscienza finale.

Pensando a questo ora con che occhi guardiamo a Caravaggio, a Picasso, a Malevich, a Duchamp. In fondo, la realtà dei fatti c’è l’ha detta Magritte, quello che abbiamo davanti non è mai la verità, ma l’arte, la più bella presa in giro che ci siamo inventati, ci aiuta a percepirla.

Malevich, bianco su bianco

Kazimir Malevich, composizione suprematista: bianco su bianco, 1918 olio su tela, 79.4 x 79.4 cm Museum of Modern Art, New York

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