Parliamo del metodo

rembrandt

I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995

Per parlare di Arte non bisogna essere dei sapientoni ma bisogna avere fantasia.

Lo studio serve, anche se, molto spesso, é sufficiente perdere del tempo e guardare con attenzione. In realtà quello che avevano da dirci, gli artisti, ce l’hanno già detto con le loro opere. Tutto il resto, per la maggior parte, se lo sono portati nella tomba.

Quel che ci rimane é la facoltà interpretare, perciò si può fare – quasi – quello che si vuole.

Il grande scoglio da superare è il problema del tempo che divide il nostro presente dalla vita di Raffaello, di Giotto, di Wiligelmo fino ai tempi di Prassitele, di Fidia, o addirittura di Imhotep. Tuttavia quello che rende l’arte tale è la capacità di sapersi relazionare non solo con i propri contemporanei, facoltà che ha reso i capolavori degni di essere chiamati tali.

Il dialogo a cui ci sottopongono da secoli gli artisti così ha superato il tempo ed è arrivato intatto sulle pareti di un museo, addirittura si è arricchito al punto che possiamo scambiare con gli artefici del mondo passato le nostre esperienze.

Cerchiamo di farlo nel migliore dei modi.

Iniziamo dall’opera.

Autore, titolo, anno, dimensioni, tecnica e collocazione sono solo la didascalia. Chiunque la può leggere o recitare a memoria. Sembrerà strano ma usarla per introduzione è inutile ai fini della comprensione dell’opera. A meno che qualche curioso non lo richieda espressamente, teniamocela per noi. Poi, con tutta serenità si può diluire nel nostro discorso al momento opportuno, svelando piano piano tutto quello che c’è da sapere. E anche di più.

Un po’ di studio, l’ho detto, ci vuole. Prima di raccontare è opportuno fermarsi a pensare e porsi delle domande.

Cosa conosco dell’autore?

  • L’anno in cui é nato, almeno il secolo di appartenenza;
  • che studi ha fatto, chi sono i suoi maestri;
  • dove ha vissuto, chi ha conosciuto nella sua vita;
  • dove e quando è morto.

Il titolo dell’opera cosa mi racconta?

  • Il ritratto ci racconta qualcuno, ed è importante ragionare su come è vestito, in che posa è messo e se il modo di essere raccontato era consueto nel suo tempo.
  • Nelle scene di azione accadono aventi che narrano per immagini storie che possono essere vere, inventate, allegoriche e moraleggianti.
  • Un paesaggio ferma un luogo dove l’uomo ha il suo modo di essere presente; o meglio ancora assente.
  • Un quadro astratto è l’arte che si manifesta senza le sue vesti più comuni.

Cosa succede nell’anno che l’artista ha eseguito materialmente l’opera?

  • Dov’era l’artista;
  • Chi ha conosciuto di importante;
  • Che cosa è successo nella città, nella regione, nel paese, nel mondo.

Anche le dimensioni e la tecnica danno altri valori aggiunti? :

  • L’autore realizza un quadro da cavalletto perché ha un atelier piccolo, o perché il committente ha casa piccola, o perché si porta il quadro dietro per dipingere dal vero.
  • Un quadro grande è per committenti importanti e ricchi, in genere la chiesa o lo stato.
  • E poi se è un affresco, un olio, una tempera, una scultura, il modo di usare la tecnica ci offre tanti elementi di comprensione delle modalità dell’artista.

Infine sapere la collocazione dell’opera cosa mi ricorda?

  • Il successo dell’autore;
  • Il passaggio di proprietà dei collezionisti che hanno mercanteggiato la sua opera;
  • Delle storie di scambi e furti a volte anche non necessariamente leciti;
  • In tanti casi si omette il luogo materiale dove l’autore ha lavorato per fare il pezzo, non fermiamoci solo alla collocazione attuale.

Conosciamo il tempo dell’autore e anche il prima e il dopo.

“Usare gli occhi” è la chiave di lettura. Raccontare quello che si vede, anche se ovvio, forse è la parte più difficile perché per guardare bene bisogna aver guardato molto e non solo quello che ha realizzato l’autore in quel determinato periodo, ma anche il suo prima e il suo dopo.

Poi si deve allargare il campo d’indagine spazialmente a quegli artisti che possono essere entrati in contatto con l’autore, come maestri, come colleghi e come allievi.

Infine spostarsi temporalmente prima e dopo alla ricerca nel passato delle opere che hanno suggerito all’autore il suo modo di esprimersi e andare a scoprire il tempo dopo dove qualche altro artista porterà in se il lavoro del maestro.

Se questo può sembrare troppo difficile a volte basta sfogliare le pagine dei manuali e dire: “a me questo sembra come quell’altro quadro”.

Raccontiamo la nostra esperienza.

Se un’opera d’arte, anzi, un capolavoro dialoga con il tempo e con lo spazio, se resiste all’usura dei secoli e dei millenni, significa che porta con se valori universali che ci riguardano. Ci sono opere che solleticano le nostre corde e che in qualche modo tirano fuori aspetti inimmaginabili del nostro moto interiore.

É chi guarda il quadro che riconosce in esso il valore di essere arte. Questo titolo “Arte” non lo può imporre l’artista o da qualche critico; è il pubblico che comanda e che affida col suo consenso alla storia il manufatto ed è la storia che ce lo mette davanti agli occhi.

In tutto questo racconto chi parla di arte fa una somma tra una costante e una variabile: la storia dell’arte e la propria storia personale. Il risultato sarà un racconto entusiasmante.

Due piccoli pentaloghi e una indicazione, tanto per finire.

Pentalogo 1:
Quello che non si deve MAI fare quando si parla di un ‘opera d’arte.

  1. Preamboli, premesse, considerazioni iniziali troppo lunghe. Andiamo al sodo, diciamo subito come stanno le cose.
  2. Ripetere a pappagallo la didascalia del quadro non fa sembrare più intelligenti.
  3. Declinare a menadito la vita del pittore non alimenta il godimento dell’opera, semmai la noia si ingrassa.
  4. Considerare il tema narrato come una mera storiella. Un opera d’arte é un’avventura, un romanzo rocambolesco, é il punto di forza per interessare l’assemblea.
  5. Evitate le formule fatte come “l’uso del colore”, o “l’uso della luce” o “l’uso del marmo”. Circostanziatele all’opera senza perderne il senso. É ovvio che il pittore utilizzi il colore e, spesso, la descrizione della luce è la naturale conseguenza. Allo stesso modo non c’è niente di nuovo nel sapere che lo scultore utilizzi il marmo o la creta. Quello che rende unica l’arte sono le modalità.

Pentalogo 2:
Cosa si deve SEMPRE fare quando si parla di un’opera d’arte.

  1. Fermarsi un attimo e pensare cosa dire.
  2. Guardare sempre l’opera di cui si sta parlando.
  3. Applicare la teoria generale dello stile alla singolarità del quadro senza troppe forzature. Se un concetto chiave, un elemento stilistico non c’è, non c’è.
  4. Operare confronti con opere delle quali si conoscono almeno per presa visione.
  5. Semplificare il linguaggio con il proprio lessico senza inaridirlo. Qualsiasi cosa si vuole dire va detta utilizzando le proprie cartucce.

Indicazione:

Se siete arrivati indenni a questo punto e se avete fatto bene il vostro lavoro, dite quello che vi va di dire sull’opera. Anche la cosa più stupida, toglietevi il sassolino dalla scarpa. Non sarà mai sbagliata.

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Una risposta a Parliamo del metodo

  1. Cristian ha detto:

    Post molto illuminante per capire come approcciarsi ad un’opera d’arte 😀

    Mi piace

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