Bello é buono?

Il mito della bellezza è un’importante filo che lega tutta l’arte. Attraverso la bellezza si manifestano valori positivi. Un argomento che interessa gli artisti perché attraverso l’immagine necessariamente si veicolano sentimenti e significati interiori. Fino a che punto però si può dire che l’arte si è spinta nel territorio della fisiognomica?

Quando il bello era buono.

I greci antichi, che di ricerca di perfezione se ne intendevano, per definire l’essere umano perfetto parlavano di καλοκαγαθία [kalokagathia], parola nasce dalla crasi, dall’incastro, del dir comune καλὸς καὶ ἀγαθός [kalòs kai agathòs], ovvero Bello e buono; associa con molta semplicità la bellezza con la bontà. Solo che ἀγαθός [agathòs] non aveva il semplice significato di buono ma anche di valoroso in guerra, in sintesi, era usato per definire un uomo che in se porta tutte le virtù. È così facile pensare ad Ercole, ad Achille e a tanti eroi e semidei della mitologia che sono stati narrati dai poeti ma anche scolpiti e fusi in bronzo dagli scultori greci.

Ecco così che la somma è stata tirata. I greci ratificano quello che in tutto il mondo antico nessuno ha saputo affermare con una così efficace presa di posizione: l’aspetto esteriore identifica un sentimento interiore.

Attenzione a due cose però:

  1. si diceva solo καλὸς καὶ ἀγαθός e non si fa riferimento al contrario, ovvero Brutto e cattivo.
  2. καὶ è la congiunzione “e“, non il verbo “é”. In pratica: una cosa è dire “bello e buono” considerando le due cose separate ma affini; l’atra è dire “bello è buono” che rende le cose identiche senza dare una possibilità di redenzione a chi bello non è.
busto di Socrate

Socrate

La fisiognomica, muove i primi passi proprio ad Atene già dal V secolo teorizzata da Zopyrus che affermava di saper riconoscere il carattere di un uomo solo guardandolo in faccia. Forse i greci erano tanto presi da queste teorie quando nel 399 a.C. hanno condannato a morte Socrate che, si sa, era alquanto bruttino.

Poco dispiaciuto di aver perso, con questa storia della fisiognomica, un cardine della filosofia, Aristotele da abile catalogatore qual era, si espresse formalizzando nel IV secolo a.C. il Physiognomica il primo trattato sull’argomento della storia. Questo libello si muoveva tra antropologia ed etologia, descrive nella prima parte il comportamento degli uomini, nella seconda parte il comportamento degli animali e al termine deduce le somiglianze tra l’aspetto e il comportamento.

Dopo Aristotele si licenzia la discussione in altri trattati come il de Physiognomonia di Polemo di Laodicea, II sec. a.C ; il Physiognomica di Adamanzio, IV sec, d.C.; il de Physiognomonia scritto da un anonimo latino sempre nel IV sec. d.C.

La fortuna di questa pseudo-scienza non si ferma al mondo antico ma trova degli illustri sostenitori anche nel medioevo in Averroè ed Avicenna arrivando alle teorie di Bartolomeo della Rocca che con il “Chyromantic ac physionomie anastasis” aggiunge, non pago, l’astrologia alla fisiognomica.

La riscoperta dell’uomo.

Il rinascimento è il momento delle grandi domande sul rapporto tra aspetto esteriore e aspetto interiore. Si riscoprono i classici, si leggono i filosofi in lingua originale, si conoscono le teorie dei pensatori del medioevo si iniziano a intrecciare i pensieri su come l’immagine è rappresentativa dell’identità umana. Il problema se l’era già posto Giotto quando ha dipinto i suoi personaggi, figurando le loro emozioni attraverso ritratti.

Quasi un secolo dopo, più aderente alla καλοκαγαθία è stato Masaccio, quando ha dipinto i progenitori cacciati dal paradiso terrestre. L’essere umano che ha tradito la fiducia di Dio perde il suo ideale di bellezza perché ormai ha preso la strada opposta alla perfezione. Così Adamo nasconde il suo viso (e non i genitali) per la vergogna; Eva disperata esprime la sua realtà di prima peccatrice con un volto tanto deformato che troverà un concorrente solo nel Grido di Munch.

Leonardo

Di certo non si dovrà aspettare l’espressionismo tedesco per ottenere un forte legame tra immagine e sentimento. Soprattutto perché a ridosso del ‘500 c’è Leonardo che, tra i tanti suoi interessi, pone la curiosità sui “moti dell’anima” e li rende motore propulsore di alcune (se non tutte) le sue opere. Una per tutti il cenacolo di Santa Maria delle Grazie a Milano. Leonardo, anticipando Freud, sosteneva che ci sono nelle persone dei movimenti (apparenze) che non sono dettati dalla ragione, involontari. Oggi diremmo inconsci. Ecco che nell’Ultima Cena il pittore trova l’occasione per costituire il suo campionario di emozioni, riflessi dell’animo umano, che vengono manifestate dai dodici. Infatti per rendere la scena più emotiva Leonardo non dipinge il momento dell’Eucarestia, dove tutti avrebbero dovuto adottare un atteggiamento di contemplazione; preferisce dipingere l’annuncio del tradimento che, nel gruppo dei tredici, ha sortito un effetto dirompente. Pietro, sanguigno, si butta avanti brandendo un coltello, Giuda si tira indietro e il povero San Giovannino per poco sviene; Tommaso alza il dito al cielo chiedendo “chi sarà mai l’infame”,  Giacomo Maggiore si sbraccia cercando di trovare nell’aria  una risposta mentre Filippo dubitando anche di se chiede “Sarò forse io?”; sull’estrema sinistra Andrea apre le mani come a dire “Oh mamma mia” che quasi gli fanno eco Giacomo e Bartolomeo; dalla parte opposta Matteo esorta Giuda Taddeo e Simone ad ascoltare il Maestro perché al momento si erano forse dilungati in congetture.

Nella storia della fisiognomica Leonardo crea il legame importante con la fisiologia. Da anatomista è consapevole che ogni muscolo del corpo è governato dal cervello, quindi se i movimenti volontari sono guidati da pensieri coscienti, ci sono altrettanti movimenti non volontari stimolati da pensieri non coscienti. È forse il più importante passo verso una teorizzazione scientifica della fisiognomica che sembra non tardare a venire.

Tiziano

Sulla strada dello sviluppo della fisiognomica, nel 1586, Giovanni Battista della Porta fa un passo in dietro col suo De humana physiognomonia mette in gioco aspetti magici, razionali confezionando una teoria che permette, secondo lui, di comprendere il carattere di una persona paragonandone il comprtamento a quello degli animali. Una rinnovata visione zoomorfica che riporta alla scuola Aristotelica che forse era rimasta sopita nel simbolismo medievale.

Una teoria che era già ben consolidata come dimostra un quadro di Tiziano, del 1665-1670 che rappresenta un ritratto triplo in cui si vedono le tre età dell’uomo, definite da Aristotele e associate a tre differenti animali: il giovane e il cane che guardano avanti (a destra), un uomo maturo con un leone visti di fronte e un vecchio e un lupo che guardano dietro (a sinistra). Il quadro invita alla prudenza, intesa come “saggio agire”, utilizzando le facoltà intellettuali che sono associate alle tre età dell’uomo che si rispecchiano dalla tradizione nella memoria, nell’intelligenza e nella previsione.

«Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future».

Dante, Convivio (IV, 27)

Questo quadro ben supportato lega tre terzetti tra loro. Rispettivamente:

  • un vecchio, un uomo e un giovane;
  • un lupo, un leone e un cane;
  • memoria, intelligenza e previsione.

Il perché sono unite così lo spiega Pierio Valeriano in Hieroglyphica (1556) e la più nota Iconologia (1643) di Cesare Ripa: il lupo cos’ come l’anziano guarda affamato al passato e vive di ricordi; l’uomo adulto ha la forza e il vigore del leone per portare avanti le attività presenti; mentre il cane, che si piega serenamente al padrone, sembra non curarsi del futuro come i giovani.

Verso la scienza

Nel ‘600 la fisiognomica esplode nella rappresentazione artistica del Barocco. Ogni sentimento viene esasperato manifestandosi nella figura che attraverso l’espressione che il corpo fa trasparire non solo sentimenti umani, ma addirittura concetti ultraterreni. Gli esempi possono essere infiniti, dai vari bacchini di Caravaggio, alle estasi di Bernini. Ogni muscolo del corpo è chiamato in causa per raccontare l’emozione interiore del corpo, ma manca ancora un aspetto importante. La fisiognomica non è solo un problema di iconografia infatti per diventare “scienza” ha bisogno di analisi, statistiche e teorie che devono essere verificate e rese replicabili.

Nel XVII secolo la fisiognomica si inizia a instradare nel territorio della ricerca scientifica,  grazie a precursori come Marin Cureau de La Chambre, che nel 1662 pubblica Caractères des passions; Thomas Browne che cita esempi di fisiognomica nel suo libro del 1675 Christian Morals. Entrambi oltre a  seguire l’impostazione di Giovanni Battista della Porta avevano la curiosa e disinvolta tendenza a spostare il loro interessi dalla scienza all’occultismo.

Con l’intenzionalità scientifica, emergono  alla fine del XVIII secolo le teorie del tedesco Johann Kaspar Lavater. Suo malgrado Lavater fu noto all’epoca per le sue silhouette e per il metodo pratico che usava per realizzarle. Tuttavia inizia l’indagine scientifica attraverso la raccolta sistematica dei dati che poi lui stesso elaborerà sottolineando l’attenzione alla struttura ossea della testa e alla forma di fronte, bocca e naso per capire la capacità intellettiva e la predisposizione d’animo di un individuo.

Angolo di Camper

Angolo di Camper

Le misurazioni di Levater continuano con Petrus Camper che ebbe l’idea di associare gli studi alla teoria dell’evoluzione, definendo l’angolo di Camper ovvero l’angolo che si forma tra l’asse longitudinale del cranio e una ipotetica linea che unisce la sommità dell’osso mascellare (gli incisivi superiori) e la glabella (la fossetta che c’è tra il naso e la fronte). È stata una brillante intuizione, più utile all’antropologia; fu anche però sfortunata scoperta perché, in altri tempi l’angolo di camper non venne utilizzato per fini scientifici e di classificazione, ma per sostenere la propaganda sulla differenziazione e superiorità di alcune razze umane su altre.

Cesare Lombroso

È solo a meta dell’ottocento che la fisiognomica sembrava affermarsi come vera scienza in merito delle applicazioni del medico criminologo Cesare Lombroso, che utilizzò le teorie della fisiognomica nel campo della criminologia forense.

Lombroso era convinto che il crimine non si acquisisse ma che fosse insito nella natura dell’individuo stesso, teorizzando e applicando i principi di una “antropologia criminale” estremamente complessa e al tempo, nei primi casi, con risultati efficaci tant’è che sia Freud che Jung trovarono ispirazione per i loro studi.

Anche per Lombroso, come lo è stato per Levater e per Camper il cranio è il referente diretto per trovare le anomalie patologiche dell’animo e le deviazioni criminali. Apparente una scienza fatta di misurazioni esatte e indagini statistiche come quelle effettuate sul cranio del brigante Giuseppe Villella. Durante l’autopsia del criminale molte anomalie sulla conformazione delle ossa craniche che risultarono comprovanti la tendenza a delinquere. Altre similitudini e anomalie catturarono l’attenzione del fisiognomico anche durante al visita necroscopica del contadino Vincenzo Verzeni che aveva preso la tendenza non solo di uccidere le sue vittime ma anche di mangiarsele.

Lombroso compose così la sua teoria definendo che in genere il delinquente somigliava a un primate, e che l’evoluzione aveva privato l’essere umano del crimine: il brutto e cattivo. Peggio ancora al crimine non ci si arriva per necessità ma per genetica.

Alla fine dell’ottocento queste teorie risultarono forse un po’ troppo eccentriche e durante una conferenza nel 1882 Cesare Lombroso fu radiato dalla società Italiana di Antropologia e Etnologia, chiudendo qualsiasi strada alla fisiognomica per emanciparsi dalle pseudo-scienze.

A che serve la fisiognomica?

La strada della fisiognomica, partite dalla καλοκαγαθία [kalokagathia] sembrano interrompersi facendo ricadere questa pseudo-scienza in un territorio di apparente inutilità. La fisiognomica nell’arte però ha un aspetto fondamentale perché proprio una teoria fatta di preconcetti che  isola dei caratteri iconologici che si sposano con la percezione umana del bello e di buono.

Esempi come la rappresentazione degli dei greci o dell’iconografia di Cristo sono alla portata di tutti. Non ci aspetteremmo mai di vedere la Vergine Maria rappresentata come Maga Magò oppure Apollo che assomiglia a Charlot. Ogni personaggio ha una iconografia che si è consolidata nel tempo, seguendo teorie giuste o sbagliate naturalmente è necessario conoscerle perché “un giorno” potremmo vedere Satana rappresentato come un ragazzo, di bell’aspetto e magari Gesù Cristo che sembra un umile contadino in croce.

 

 

 

 

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Brevi storie, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...