Il modello industriale nell’arte del XX secolo.

Le Corbusier, ModulorNell’Ottecento l’industria ha modificato il sistema dell’arte e la mentalità degli artisti. Prima della rivoluzione industriale l’artista era un prestatore d’opera per una committenza esigente e circoscritta a piccoli gruppi sociali, corti, chiese che sapevano esattamente cosa volevano e avevano intorno personalità che avevano i mezzi per realizzarlo. Il sistema industriale estende la committenza fuori dalle istituzioni e chi fa arte spesso è fuori dai canali ufficiali delle accademie e delle botteghe. Nel novecento questa rivoluzionaria presenza sarà ancora più pressante perché non si assiste solo a un cambio di mentalità ma il sistema industriale diventerà protagonista dell’arte del novecento.

La rivoluzione industriale ha fatto nascere molte scienze. La chimica, la fisica, branche del pensiero che raggiungono una propria oggettività perché trovano l’ausilio di tecnologie sempre più raffinate che supportano la ricerca e permettono la verifica oggettiva degli atteggiamenti. Se la cultura classica aveva teorizzato l’esistenza dell’atomo indivisibile, gli scienziati del XX secolo sono pronti a farlo a pezzi.

Le avanguardie si identificano molto spesso con parti della rivoluzione industriale e scientifica: dal 1907, il Cubismo ottiene nelle sue opere una percezione da più punti di vista del di un unico soggetto proprio mentre Albert Einstein, analizzando i sistemi di riferimento, sta costruendo la teoria della relatività; dal 1909 i Futuristi esaltano la macchina e modernità già a partire dal primo manifesto tecnico; dal 1912 Kandinsky inizia a razionalizzare il rapporto è la disposizione di forme e colori su una tela dando il via all’Astrattismo; dal 1917, a Zurigo Duchamp e i Dada introducono nell’arte oggetti di produzione industriale, il ready-made.

In dieci anni esatti (1907-1917) si cova l’evoluzione di un arte che non si era mai vista prima è che in molti lascia tanti dubbi sulla bontà delle intenzioni degli artisti. Saranno due guerre mondiali che raffineranno il rapporto tra i nuovi materiali, i percorsi industriali e l’arte. É tra le due guerre che nasce in Germania il Bauhaus che permette la conversione le fabbriche di produzione di armi in aziende che forniscono profilati per la realizzazione di oggetti moderni. In seno a questa scuola, nata a Weimar e trasferitasi a Dessau, nasce un nuovo modo di concepire il design industriale e la grafica d’arte grazie al contributo straordinario di maestri come Kandinsky e Mondrian. L’architettura trae i suoi benefici nella razionalizzazione delle forme e nell’uso quasi religioso del cemento armato promosso da Walter Gropius e da Ludwig Mies van der Rohe. Quest’ultimo sarà fondamentale per esportare negli nuovo mondo alcune tecniche e l’estetica che contribuiranno all’evoluzione dei grattacieli americani.

Nel frattempo in Europa si cercava di tornare all’ordine ricostituendo quelle scuole e quel sistema di bottega che dallimpressionismo alle avanguardie si era perso. Purtroppo, volente o nolente, questa ricerca andava a confluire in una estetica di regime per le dittature e in pochi resistettero a un nuovo conflitto mondiale, questa volta più devastante. Infatti é da osservare come le due guerre del novecento siano state il modo più barbaro e incosciente per manifestare i punti di arrivo della scienza e della tecnica. Dallo sviluppo della siderurgia,  per produrre macchine belliche sempre più complesse, motori più potenti così da avere molte più armi a lunga gittata, aeroplani talmente potenti da diventare arsenali. A peggiorare si giunge allo sviluppo industriale porta anche ai mezzi di sterminio di massa: la chimica che fornisce i gas per gli stermini nei campi tedeschi; la fisica porta alla bombe di Hiroshima e Nagasaki.

La seconda guerra mondiale segnerà un solco definitivo perché subito dopo il pilastro portante dell’arte mondiale non sarà più nella vecchia Europa ma diventerà un asse sorretto anche dagli Stati Uniti. In questo momento, di rimozione e di ricerca della leggerezza si riguarda alle avanguardie che riprenderanno il loro percorso trasfigurate in nuovi movimenti sempre più emancipati dal mondo antico.

Non é possibile immaginare l’esistenza di movimenti come l’espressionismo astratto, l’action-painting, il minimal, l’arte povera, senza il contributo del prodotto industriale: Burri non avrebbe mai squagliato teli di cellotex; Pollock non si sarebbe mai sognato di fare il dripping se non avesse avuto barattoli di smalto industriale da bucare per far gocciolare il colore; non é possibile immaginare Castellani senza tele bianche da deformare con strutture in ferro o fogli di alluminio da piegare; é altrettanto impossibile pensare a Pascali che non ricicla scarti industriali per fare i suoi Bachi da setola.

C’è un altro aspetto di questo rapporto con l’industria che riguarda il novecento e ce lo fa notare la Pop-art e non é da sottovalutare. L’espressine della Pop-Art si identifica nella realizzazione di opere che per soggetto hanno delle Icone che non sono più quelle sacre, Gesù, Maria, trinità; questa volta sono lattine di Cocacola, barattoli di zuppa di pomodoro, scatole di sapone e le persone, quando ritratte, sono oggetti industriali nati dalla diffusione del cinema e della televisione. In questo elogio del consumismo si intravede quella esaltazione della modernità del futurismo dove l’industria non si é limitata a fornire i mezzi agli artisti ma é diventata assoluta protagonista, musa, dell’arte.

 

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