La bellezza e la calunnia

Botticelli, la CalunniaNel racconto della crisi interiore di Botticelli si identifica la causa nel rapporto con la predica di Savonarola in quel finale di quattrocento che diventerà, per il pittore della Venere, la ritrattazione dei valori rinascimentali e un cambiamento di tendenza non per forza radicale ma compensativo.

La situazione fiorentina al tempo dei Medici.

Era il 1434 quando Cosimo de’ Medici detto il Vecchio ritorna trionfante in Firenze cacciando gli Albizzi e gli Strozzi che a loro volta, un anno prima, l’avevano esiliato dalla città. L’ascesa a signoria è stato un traguardo importante per Cosimo nell’avere un’identità politica, necessaria a una famiglia di banchieri che volevano cimentarsi in imprese  e investimenti sempre più rischiosi. Questo governo fu illuminato dalle intenzioni mecenatistiche della famiglia; era nota la straordinaria presa che l’arte figurativa e l’architettura avevano in una città che stava emergendo e si stava emancipando in un territorio italiano. La discendenza di Cosimo il Vecchio seguì la stessa impostazione che fu iterata soprattutto dal nipote Lorenzo, il Magnifico.

Lorenzo a ventinove anni subì il suo battesimo del fuoco politico nella congiura che la famiglia Pazzi aveva ordito nei suoi confronti. Nel fallimento della rivolta, frantumate le aspettative degli oppositori, il consenso dei cittadini aumentò e si consolidò il potere dei Medici per i quali fu riformata la repubblica fiorentina nelle mani della signoria.

L’impostazione data da Cosimo prima e da Lorenzo fu senza dubbio accentratrice, tuttavia per continuare a mantenere la benevolenza della cittadinanza le opere commissionate furono infinite tutte però incentrate sulla propaganda dei mecenati che la finanziavano. L’effetto sull’arte unico e determinante per gran parte della cultura italiana perché finalmente si inizio a distogliere lo sguardo dalle tendenze gotiche per emanciparsi nella “rinascenza”.

Si consolida intorno a Lorenzo, nella sua villa di Careggi poco fuori città, l’accademia neoplatonica che Cosimo il Vecchio aveva fondato insieme a Marsilio Ficino nel 1462. L’attività principale dell’accademia era lo studio dei filosofi da Pitagora ai Neoplatonici, con tappa obbligata in Socrate, Platone e Aristotele. L’interesse per i classici era già alimentato dalla riconciliazione della Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente (1438) e soprattutto dalla conquista di Costantinopoli (1453). Durante l’invasione dell’antica Bisanzio da parte degli Ottomani furono in molti, il più importante fu il cardinale Bessarione, che si prodigarono per salvaguardare la cultura classica trasferendo gran parte della biblioteca dell’Impero Romano d’Oriente in Italia.

Sta di fatto che la cultura greca fu diffusa sul territorio nazionale non più tradotta in latino, come avveniva nelle abbazie ma in lingua originale, non filtrata dalla cultura medievale. La ricaduta sulle arti figurative fu sensazionale al punto che ricominciarono ad apparire nelle opere i temi classici, la rappresentazione del mito e delle divinità e si adattarono alla visione cattolica.

L’ascesa di Savonarola.

Per molti questa nuova cultura imposta dai medici pesava. Tra i più importanti critici della “frivolezza” medicea era Girolamo Savonarola. L’aspetto più curioso della presenza di Savonarola a Firenze è che furono proprio Lorenzo de’ Medici e Pico della Mirandola nel 1489.

Lorenzo sperava, attraverso Savonarola, di influenzare i gruppi meno favorevoli al suo governo. I primi anni di predica nella città, dal 1482 al 1484 furono fallimentari perché nella sua predica emergeva più il dialetto romagnolo che i significati. Nei quattro anni successivi si alternò tra san Giminiano, Firenze e Bologna per poi ritornare nel 1488 nella città natale, Ferrara.

Purtroppo per Lorenzo il frate era cambiato dalle precedenti apparizioni fiorentine, o forse erano cambiati i fiorentini. Così il Magnifico fece entrare in città quello che fu tra i suoi più importanti detrattori al punto di incitare le masse contro il governo mediceo. Quello che proponeva Savonarola era una ripresa dei valori più austeri della cristianità. Dalle sue prediche scaturirono attacchi verso chi cercava valori nella paganità e quindi chi commissionava opere di stampo pagano.

Dopo aver contribuito alla cacciata dei Medici e all’istituzione della Repubblica Fiorentina, Girolamo fu inarrestabile e non si fermò solo a criticare solo le licenziosità della signoria ma la sua predica fu talmente infervorata da attaccare e colpire anche papa Alessandro VI. Il Borgia rispose con la scomunica nel 1497 e il 23 maggio 1498, davanti al comune, Savonarola fu, in un modo spettacolare, impiccato e mandato al rogo. Poco dopo, per evitare qualsiasi tipo di venerazione, le ceneri del rogo furono gettate in Arno.

Botticelli dal profano al sacro.

La formazione di Botticelli fu proprio in quella accademia neoplatonica di Cosimo e di Lorenzo. Tra le opere che nascono in questo ambiente ci sono la nascita di Venere e la Primavera. I due quadri furono commissionati per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, il cugino del Magnifico, per la sua residenza fiorentina di via larga. Sono due quadri civili perché, secondo le idee di Marsilio Ficino, la Bellezza, Venere, rappresenta l‘Humanitas ovvero la bellezza e la cultura, a credere nella volontà di affermarsi anziché accettare su di se il destino. Per chi era signore della città era un monito a operare secondo bellezza, perché se la citta era bella, significava che era manifesto il buon governo.

Botticelli, Primavera

Sandro Botticelli, Primavera, 1482 circa Tempera su tavola, 203×314 cm Galleria degli Uffizi, Firenze

La Primavera racconta la trasformazione allegorica del sapere e della conoscenza. Da una intuizione che può essere brutale, animale, Zefiro che violenta la ninfa Clori, c’è una prima fioritura. Nasce Flora, la primavera. Sovrintende la scena Venere e su di lei, bendato, Eros sta per tirare una freccia verso le tre Grazie. Thalia, Agalia ed Eufrosine, che nel rinascimento significano castità, bellezza e amore, in questo caso diventano anche manifestazione del circolo ermeneutico. Il sapere diventa una danza tra la grazia che apprende, una che rielabora e l’altra che restituisce il sapere che rientra nuovamente in circolo. A chiudere questo convivio c’è Mercurio, all’estrema sinistra, che sta diradando le nubi dell’ignoranza ed è lui, come il metallo che prende tutte le forme, porta con se l’ispirazione divina.

Botticelli, Nascita di Venere

Sandro Botticelli, Nascita di Venere, 1482–1485 circa Tempera su tela, 172×278 cm Galleria degli Uffizi, Firenze

Accanto a una visione profana della Primavera, Botticelli con la Nascita di Venere trasfigura il primo quadro per mezzo del racconto tratto dalle Metamorfosi di Ovidio. L’iconografia replica liberamene il battesimo di Cristo. Gli elementi iconografici sono presenti, l’acqua e la conchiglia. Venere è appena nata dalla spuma del mare. Presenti alla scena sono di nuovo Zefiro e Clori che soffiano la brezza del mare che agita i capelli della dea. Dalla parte opposta Flora la accoglie con un manto fiorito. La primavera diventa sacra. Il quadro sacro è trasformato in mito.

La predica di Savonarola però inizia a influenzare Botticelli e si insinua nel suo senso religioso. Infatti nella maturità dell’artista si vede il cambiamento di tendenza dal racconto che elogia il mito e la classicità ad un altra impostazione che critica aspramente la mancanza di gustizia del mondo antico. Sono gli anni che porteranno all’esilio dei Medici con Piero il Fatuo, figlio di Lorenzo, che scapperà da Firenze. Nel vuoto di potere si instaurerà il governo della Repubblica Fiorentina e molte opere licenziose saranno gettate nei Roghi delle Vanità.

Botticelli, la Calunnia

Sandro Botticelli, la Calunnia, 1496 tempera su tavola, 62×91 cm Galleria degli Uffizi, Firenze

La Calunnia, è il quadro che sancisce la profonda trasformazione di Botticelli. Un’altra allegoria che si ispira ad un dipinto del pittore greco Apelle realizzato molti secoli prima per rispondere alle accuse diffamanti di Antifilo, artista egizio presso il re Tolomeo. La storia  era nota nel rinascimento perché riportata, seppur liberamente, da Luciano di Samosata nell’opera Non bisogna credere facilmente alla Calunnia.

Quindi, per cadervi il meno possibile, voglio dimostrare con il mio ragionamento, come in una pittura, che cos’è la calunnia, da dove si origina e quali effetti produce. Anzi Apelle di Efeso ha creato molto prima di me questo quadro, poiché anch’egli fu accusato calunniosamente di fronte a Tolomeo di aver partecipato alla congiura di Teodota a Tiro.

Apelle non aveva mai visto Tiro né sapeva chi fosse Teodota, se non per aver udito che era un governatore di Tolomeo, al quale era stata assegnata la Fenicia. Eppure un suo rivale, di nome Antifilo, per invidia dell’onore che aveva ricevuto dal re e per gelosia nell’arte lo denunciò a Tolomeo, sostenendo che aveva preso parte all’intera faccenda e che qualcuno lo aveva visto pranzare assieme a Teodota in Fenicia e parlargli all’orecchio durante tutto il banchetto; infine dichiarò che la rivolta di Tiro e l’occupazione di Pelusio erano avvenute per consiglio di Apelle.

Tolomeo, che peraltro non era molto assennato, ma era cresciuto nell’adulazione solitamente tributata ai signori, a questa singolare calunnia si accese e si turbò tanto che, senza considerare né se fosse verosimile, né che il calunniatore era suo rivale nell’arte, né che un pittore era una persona troppo piccola per un simile tradimento e per giunta era stato beneficato da lui e onorato più di qualunque altro collega, anzi senza neppure accertarsi se Apelle avesse mai navigato a Tiro, subito si infuriò e riempì di grida la reggia, inveendo contro l’ingrato, il traditore, il congiurato. E se uno degli arrestati, sdegnato dell’impudenza di Antifilo, per pietà del povero Apelle non avesse detto che non aveva avuto alcuna complicità con loro, gli sarebbe stata tagliata la testa e avrebbe pagato la disfatta di Tiro senza esserne assolutamente colpevole.

Si racconta poi che Tolomeo provò tanto pentimento e vergogna per l’accaduto che donò ad Apelle cento talenti e gli diede come schiavo Antifilo. Apelle, ricordando a quale pericolo era scampato, si vendicò della calunnia con questo dipinto.

A destra siede un uomo con le orecchie grandissime, poco meno di quelle di Mida, e la mano tesa verso la Calunnia, che avanza da lontano; attorno a lui stanno due donne, l’Ignoranza, credo, e la Supposizione. Dall’altra parte arriva la Calunnia, una donnetta straordinariamente bella ma infuocata in volto e agitata, come se fosse piena di rabbia e di furore; nella sinistra tiene una fiaccola accesa, con l’altra trascina per i capelli un giovane che tende le mani al cielo e chiama a testimoni gli dèi. La precede un uomo pallido e deforme, dalla vista acuta, che sembra smagrito per una lunga malattia: si può congetturare che si tratti del Malanimo. Fanno loro scorta altre due donne, che spingono, proteggono e adornano la Calunnia: come mi ha spiegato chi descriveva il quadro, una era l’Insidia, l’altra la Frode. Seguiva una donna dall’aspetto assai dolente, con una veste nera e lacera, chiamata, se non erro, Resipiscenza; si voltava indietro piangendo e con molto pudore guardava di sottecchi la Verità, che veniva per ultima. Così Apelle rappresentò il pericolo corso nel dipinto.

Luciano di Samosata, Non bisogna credere facilmente alla Calunnia.
Trad. di Gianni Caccia

Cosa è cambiato, cosa è rimasto.

Botticelli cambia la sua impostazione nel modo di concepire l’arte stessa. C’è un tramite che unisce come immagine i due quadri ed è proprio la figura di Venere che, nella serie per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, è la rappresentazione dell’Humanitas; nella Calunnia è la Verità che si distacca nella scena e volge lo sguardo a un’entità superiore, la stessa che cerca la vittima delle male parole.
Il fatto affascinante è che la Primavera e la nascita di Venere sono quadri impostati ancora con uno stile tardogotico. In essi i personaggi sono privi di volumetria e fluttuano in uno spazio assente di prospettiva, descritto con una minuzia dei dettagli al punto da riconoscerlo come Horror Vacui.
Il gioco intellettuale e proprio neoplatonico perché cerca di aggiornare il mito ad una contemporaneità in cui c’è un modo di rendere le figure ideali assenti da ogni relazione con uno spazio misurato, cartesiano, poiché il divino prescinde il tempo e soprattutto lo spazio.

Con la Calunnia le cose cambiano. I soggetti acquistano materia attraverso uno studio più attento della volumetria; l’ambiente diventa prospettico e citazione dell’architettura antica, uniformandosi all’idea rinascimentale di indicare nelle opere tempo e spazio. Da questo momento, dal 1496, Botticelli inizia ad ridurre il suo rapporto con il mito e infittendo il suo repertorio di opere sacre. Tuttavia sente l’esigenza di essere un uomo del suo secolo, non un citazionista, di cimentarsi nelle ricerche dei contemporanei e quando lascerà da parte il mito lo riprenderà sapendo dosare con sapienza la geometria dello spazio e la cultura storica dell’antico.

 

 

 

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